martedì 25 ottobre 2011

Che tristezza

Cartelli come questo ne sto vedendo troppi,qualche terreno sarà anche edificabile ma gli altri?
Uno di sicuro no perchè conosco il proprietario.
''Non ce la faccio più,è già da qualche anno che lavoro in perdita''
Ora non voglio entrare su questioni che non conosco,ma dare di che vivere a gente che coltiva la terra e salvaguarda l'ambiente non sarebbe poi una cattiva idea.
E sulle aree fabbricabili,abbiamo proprio bisogno di un ipermercato vicino ad un'altro che dista pochi chilometri?
E andiamo avanti così,che tristezza...

3 commenti:

  1. Sono perfettamente d'accordo.
    Sapere che chi "ci da da mangiare" non riesce a mangiare a sua volta spezza il cuore.
    Non posso immaginare la loro dignita' cosi' calpestata, e non ci si accorge che forse e' la dignita' di tutti che viene ferita. Assieme al nostro futuro.

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  2. E' questo un argomento delicato, dove il rischio di cadere in fallo è sempre in agguato.
    Vivo in toscana, e qui oramai tutto è in vendita: terreni agricoli, case, palazzi e paesini interi...
    Per quanto riguarda la terra, ho una mia personale idea: per anni l'agricoltura si è basata solamente sui contributi economici che, invece di coadiuvare l'operato ed il reddito dell'agricoltore, ne costituivano la primaria (e spesso unica) fonte di guadagno.
    Tale approccio è stato tenuto tanto dal piccolo agricoltore quanto dal grande latifondista, e certamente il secondo ha avuto ANCHE la POSSIBILITA' di fare speculazione su questo ed arricchirsi.
    Vogliamo parlare delle intere piantagioni di "nulla", dove un girasole ogni 20 passi giustificava un contributo per aver seminato quella colutra?
    beh, magari questa non è la causa, ma una delle cause per cui l'agricoltura (è quindi l'agricoltore medio) si è trovato in ginocchio con (a quanto pare) non più molte alternative se non quelle di vendere il vendibile.
    In pratica, ma è solo un personalissimo punto di vista certamente più che opinabile, io credo che l'agricoltore stesso si sia abituato ad una stampella che doveva aiutarlo ad andare avanti, ma che invece lo ha abituato con l'inesorabile risultato di essere divenuto zoppo per davvero...e quindi non più in grado di farne a meno (di quella stampella appunto).
    La stampella sono i contributi, che immancabilmente sono iniziati a diminuire ed ecco che gli agricoltori si son trovati in mano una terra che "non conveniva coltivare più...in alcun modo", abituati com'erano (come eravamo...) a fare agricoltura industriale, schiacciati sempre più da un mercato non-mercato che li (ci) costringeva a coltivare determinate cose in un determinato modo. Una dipendenza, oltre che a quella stampella, anche a dover camminare con un passo che non era il proprio.
    Il risultato è quello che vediamo, e che tu ben sottolinei nel tuo post: o assistere alla lunga morte della propria azienda o vendere il vendibile.
    Io vedo una terza alternativa (ed è quello che ho scelto di fare io): puntare sull'autoctonicità di colture e razze animali, puntare a mercati ALTERNATIVI (magari sempre più accorciando questa benedetta filiera), e sopratutto puntando su agricoltura NATURALE.
    Non è facile, posso giurarvelo, ma credo sia questa l'unica via per non mettere quel cartello sui propri terreni.

    Mi scuso per l'intervento estremamente lungo.

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  3. anche dove mi trovo io ho notato svariati uliveti che andranno in malora...
    hai detto bene.che tristezza...

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